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Right Hand Free

A hungry mind and her thoughts about film, books, and more

ABOUT MY BLOG & ME

ABOUT MY BLOG “Right Hand Free”

Scrittura e cinema, due cose che adoro da sempre. “Perché non unirle?” mi sono chiesta.

Ho voluto che la riflessione sulle storie che i film raccontano, su come gli attori riescono nei loro ruoli, su quali valori e disvalori vengono trasmessi non restasse solo nella mia memoria (altrimenti avrebbe avuto vita breve, la sera tendo a dimenticare cosa ho mangiato per pranzo) ma divenisse un esercizio di scrittura per coltivare il mio stile.

Mi auguro che il blog persegua davvero ciò per cui è nato che dunque, grazie ad esso, la mia espressività migliori, l’efficacia comunicativa del mio scrivere cresca, articolo dopo articolo.

Spero non rimanga un mio spazio personale (dopotutto i film io li ho già visti) ma invogli i visitatori a guardare film che non conoscevano o a cogliere aspetti rilevanti di film che hanno visto.

Chissà poi che questo blog non sia l’occasione per leggere “Il Mereghetti” e “Il Farinotti” che chiesi a Babbo Natale quando avevo 10 anni affermando “Da grande voglio fare la critica cinematografica”, senza poi aprirli, terrorizzata dalle dimensioni dei due volumi.

ABOUT ME

Mi chiamo Bianca Frasoldati, ho 20 anni, sono di Modena. Sono diplomata al Liceo Classico e frequento il primo anno di Linguaggi dei Media all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Adoro riuscire a cogliere la bellezza in ciò che ho davanti, sia che si tratti di persone sia di luoghi.

Sono curiosa, mi interessano le storie di vita, di posti, di creazioni. Cerco sempre il perché di cose apparentemente secondarie.

Sono innamorata dell’autenticità e della complessità della vita.

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Tredici, 13 Reasons Why

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“Una cosa di cui vado fiera è stata la scelta di rispettare l’intelligenza del pubblico. I ragazzi di 16/17 anni non sono idioti. Sanno cos’è il sesso, sanno delle droghe, sanno che alcuni amici possono avere delle malattie mentali. È strano non aver avuto finora serie tv o film che parlino di questi problemi in modo palese e parallelo alla conoscenza che le persone hanno a riguardo. Non abbiamo alleggerito niente. La cosa di cui vado più fiera è appunto il rispetto per l’intelligenza degli spettatori e delle persone che magari stanno affrontando una depressione, una malattia mentale, il bullismo, l’ansia – qualunque altra cosa stiano affrontando – e che per una volta siano stati trattati questi argomenti in modo diretto. Questa serie può aiutare queste persone a chiedere aiuto e può servire agli altri a prendere coscienza di quel che succede attorno a loro e di come quello che stanno facendo influenzi le persone che li circondano” Queste le parole forti e consapevoli di Katherine Langford, attrice protagonista nel ruolo di Hannah Baker in “Tredici”.

A differenza di molti drammi ambientati negli anni delle scuole superiori, “Tredici” (13 Reasons Why, reso graficamente come TH1RTEEN R3ASONS WHY) scava infatti nel profondo della psiche degli adolescenti, indaga le loro passioni e riflette sui loro atteggiamenti. Stando al punto di vista della Langford che coglie nel segno, svariati film e show hanno approcciato questi argomenti delicati, ma molto spesso nel farlo li hanno romanzati, stravolti o messi in secondo piano. Il notevole punto di forza che distingue “Tredici” sta nell’aver mostrato una realtà autentica.

“Tredici” segue le vicende di uno studente, Clay Jensen (Dylan Minette), che, ancora sconvolto dal suicidio di una sua amica, Hannah Baker (Katherine Langford), riceve una scatola di nastri registrati da lei. In ognuna di queste 13 cassette, Hannah spiega i 13 motivi per cui si è suicidata, una cassetta per ogni ragione. Per scoprire il suo ruolo in questa sfortunata serie di eventi, Clay ascolta i nastri apprendendo inquietanti segreti circa Hannah e altri compagni di classe, rivelazioni a cui non era preparato e a cui non sa come reagire.

La storia di Hannah Baker è basata su una storia vera accaduta nella vita di Jay Asher, l’autore del libro “13” da cui la serie è tratta, mentre era uno studente alla scuola superiore.

“Tredici”, creata da Brian Yorkeysta riscuotendo un enorme successo grazie al modo sorprendentemente naturale con cui ha saputo dipingere tematiche intense come il suicidio e lo stupro e grazie alla bravura del suo cast composto di volti nuovi.

La serie è stata accolta in maniera molto positiva (ed è uscita su Netflix soltanto il 31 Marzo): sull’aggregatore di recensioni Rotten Tomatoes la serie ha un indice di gradimento del 95% basato su 20 recensioni. Il commento del sito recita: “Tredici completa il suo materiale d’origine con un avvincente sguardo al dolore adolescenziale la cui maturità narrativa contraddice la sua natura da young adult“.

Un’altra ragione della riuscita della serie si può individuare nella collaborazione fra Yorkey e Asher affinché lo show si adattasse nel miglior modo possibile al libro al fine di soddisfare le aspettative del grande numero di fan che il best-seller aveva accumulato. Tuttavia Katherine Langford ha dichiarato “Quando siamo stati scelti per la parte, ci è stato detto che potevamo leggere il libro, come potevamo non farlo. Ci è stato detto che lo show lo avrebbe ampliato e sarebbe stato differente. Nella serie vengono trattati numerosi problemi rilevanti per le persone di oggi e facendo ciò, spero si possa aprire un dialogo sul perché queste cose avvengono.”

Nel febbraio 2011 gli Universal Studios acquistarono i diritti cinematografici del romanzo di Jay Asher con l’intenzione di realizzarne un adattamento cinematografico con Selena Gomez nel ruolo di Hannah Baker. Nell’ottobre 2015 si decise che il romanzo sarebbe stato adattato in una serie televisiva per Netflix e Selena scelse di stare dietro la cinepresa come co-produttrice esecutiva, in seguito l’attrice ha rivelato “Jay Asher sapeva che io e mia madre [la produttrice esecutiva Mandy Teefey] ci avremmo lavorato per anni, non importa quanto, per realizzarlo”.

Selena Gomez ha risposto ad alcune domande di The Hollywood Reporter sulla possibilità di una seconda stagione. “Non sappiamo cosa succederà, ma sappiamo che ci sono molte altre storie dietro ogni singolo personaggio ed è per questo che è stata realizzata la serie. Quindi staremo a vedere.” Di fatto la stagione termina con molti punti sospesi e, anche se è soltanto uno il libro su cui si basa la serie, gli autori potrebbero proseguire le storie lasciate aperte.

Dalla trama e dal trailer potresti pensare (come ho fatto io iniziando assai scettica il primo episodio) di trovarti di fronte alla classica americanata melodrammatica, ma “Tredici” svela presto non essere quella la sua natura. “Tredici” è un sapiente e curato lavoro che risulta umano, realistico e misurato. Ho trovato sceneggiatura, regia e recitazione impeccabili. Da spettatrice, mi ha lasciato dentro l’esatto messaggio che mira trasmettere, ovvero che qualunque cosa una persona faccia, anche la più piccola cosa, possa influenzare qualcuno in modo significativo.

 

Bianca Frasoldati

 

Joy

Joy bambina aveva una disarmante creatività e una grande fantasia, doti che la rendevano capace di plasmare un mondo con il pensiero e le sue mani.

Joy adulta (Jennifer Lawrence) si ritrova un matrimonio andato male, due figli e i suoi genitori divorziati (il padre, Robert De Niro) da accudire e un pessimo rapporto con la sorellastra.

Quando più che mai la quotidianità deprimente delle sue giornate sta spegnendo la personalità della giovane donna, Joy tenta con coraggio l’impresa di brevettare la sua invenzione.

Il film infatti si ispira liberamente alla storia della donna americana che negli anni ’90 ha inventato una scopa di plastica, maneggevole con la peculiarità di strizzarsi da sola, chiamandola Miracle Mop e divenendo milionaria.

Quando gli sceneggiatori della 20th Century Fox si sono trovati a doppiare le battute di Joy, hanno utilizzato il termine “mocio” per tradurre l’americano Miracle Mop, infatti, per noi italiani una scopa con setole di tessuto per lavare i pavimenti è, per antonomasia, un mocio.

Soltanto che Mocio, “M” maiuscola, è anche il nome di un prodotto registrato dall’azienda tedesca Vileda nel 1978. Pertanto la società che in Italia lo distribuisce in esclusiva, Fhp (Gruppo Freudenberg), ha richiesto al tribunale di bloccare nell’immediato la diffusione del film.

La sezione specializzata in imprese del tribunale di Milano ha dato ragione alla 20th Century Fox, definendo la scelta di tradurre in tal modo il nome originale del prodotto: “Libertà di espressione artistica” e ha stabilito che, almeno al cinema, “Mocio” è in realtà “mocio”, nome comune di una scopa facile da strizzare, pertanto utilizzabile.

Sarà grazie ai consigli dell’ex-marito, al supporto dell’amica del cuore e al sostegno economico dell’ultima fidanzata del padre (interpretata da Isabella Rossellini), che Joy metterà a punto il suo Miracle Mop fino a pubblicizzarlo lei stessa sul canale commerciale QVC, diretto dall’imprenditore Neil Walker (Bradley Cooper). Nonostante le svariate difficoltà che ostacolano il suo socio imprenditore, tra cui uomini d’affari che cercano di rubarle l’idea e cattivi consigli, gli sforzi di Joy saranno premiati.

Attraverso il sistema delle televendite e in seguito ad avventure fortunate e disavventure, Joy riuscirà infatti a portare nelle case di tutti gli americani il mocio che si strizza da solo a cui farà seguire altre invenzioni per il mondo domestico.

La pellicola riesce indubbiamente nell’intento di infondere coraggio per realizzare i propri sogni che spesso si celano, offuscati da problemi e incertezze.

True story

“True story”, tratto da una storia vera, ha debuttato al Sundance Film Festival nel 2015 e vanta come attori protagonisti James Franco, Jonah Hill e come attrice apparentemente secondaria Felicity Jones, (protagonista di Rogue One: A Star Wars Story) tuttavia non ne abbiamo sentito parlare abbastanza.

Il film comincia focalizzandosi su Michael Finkel, talentuoso giornalista del New York Times costretto alla smentita e all’abbandono del suo lavoro dopo aver scritto un articolo senza la verifica delle fonti.

Michael riceve una telefonata dove gli viene comunicato che Christian Longo, uno dei maggiori latitanti ricercati dall’Fbi, è stato ritrovato in Messico e, al momento dell’arresto, ha dichiarato di chiamarsi Michael Finkel e di essere un giornalista del NYT.

La curiosità di Michael, tipica in un giornalista, lo induce a incontrare Longo che, accusato di aver assassinato la propria famiglia, è in attesa del processo. Il legame fra i due si gioca sull’antitesi e al contempo sull’attrazione tra i due protagonisti, entrambi macchiati della colpa di aver mentito.

Il film si rivela capace di tenere alti i livelli di intensità e di interesse fino all’inaudito finale rivelatore, sempre che lo spettatore non sia al corrente di come gli eventi sono andati secondo i fatti reali, la pellicola infatti ripercorre uno dei casi giudiziari che più ha attirato e scosso gli Stati Uniti nel nuovo millennio (2001) ed è basata sull’omonimo libro di memorie scritto appunto da Michael Finkel (non provate ad andarvi a cercare gli articoli di cronaca dell’accaduto prima di aver visto il film!).

Rupert Goold, il regista agli esordi, crea una perfetta combinazione dei generi thriller psicologico, drammatico e mistery, curando con maestria la sceneggiatura sia nella prima parte concentrata sul rapporto malsano tra il reporter e il presunto assassino sia nella mezzora finale delle fasi processuali notevolmente realistiche.

Dopo aver visto il film, è senza dubbio interessante guardarsi la storia del reale Christian Longo che nel 2009 ha fatto una determinata richiesta, la quale ha aperto un dibattito non soltanto medico ma filosofico ed etico.

BLOODLINE

Protagonista di una delle serie tv di Netflix più erroneamente sottovalutate è la famiglia Rayburn, un nome che conta alle Florida Keys dove il patriarca Robert (Sam Shepard) ha messo in piedi un incantevole resort partendo dal non avere niente e arrivando a guadagnarsi con gli anni il rispetto verso la sua famiglia.

Già il primo episodio fa presagire il genere della serie che potrebbe definirsi un incontro fra il thriller e il drammatico, esso è ambientato nel giorno dell’anniversario di matrimonio di Robert e Sally (Sissy Spacek), occasione per cui il nucleo familiare si trova riunito. Tra i loro figli troviamo il responsabile ed equilibrato John (Kyle Chandler, incredibile la somiglianza con il cantante Marcus Mumford), affermato detective con una splendida moglie e due figli, Kevin (Norbert Leo Butz), al contrario di John istintivo e meno intelligente dei fratelli, anche lui sposato, Meg (Linda Cardellini), avvocatessa. Questo perfetto quadretto familiare viene sconvolto dall’arrivo di Danny (Ben Mendelsohn), il figlio non realizzato che chiede soldi e poi scompare, la cui presenza si è fatta fastidiosa.

Questa volta invece Danny è venuto per restare, ma quello che avrebbe potuto essere il lieto racconto del superamento di traumi passati in vista di una tanto attesa riconciliazione familiare nell’arcipelago paradisiaco di oltre 800 isole coralline assume amaramente presto toni tragici. Flashback rivelatori sul passato della famiglia e sul suo futuro ci accompagnano, insieme alla voce narrante di John, lungo le prime due stagioni.

Posso solo dire di non vedere l’ora che esca la terza ed ultima stagione annunciata per il 2017, Netflix ha infatti deciso di cancellare la serie arrivata alla sua terza stagione nonostante la critica abbia speso splendide parole per questa produzione. Gli stessi creatori Todd A. Kessler, Daniel Zelman e Glenn Kessler (creatori anche di Damages) ambivano ad estendere “Bloodline” fino alla quinta o sesta stagione per rendere l’evoluzione nel corso del tempo dei rapporti familiari. Tuttavia, sono stati avvisati prematuramente della scelta della piattaforma di streaming di chiudere la produzione e sono riusciti così a sviluppare la terza stagione in modo di fare della serie un prodotto finito dotato di un’adeguata conclusione.

Non è stato chiarito se Sony TV, che produce la serie, cercherà di vendere “Bloodline” ad altre acque, pertanto si può ancora un po’ sperare.

Bianca Frasoldati

La La Land

Brillanti, freschi e trasognati sono i due protagonisti principali, Mia and Sebastian e brillante, fresca e trasognata è anche l’atmosfera che si respira guardando “La La Land”. Atmosfera che filtra lo schermo e si infonde nello spettatore, il quale entra nel suo sogno e segue al contempo i sogni e le vicende dei due personaggi.

Non c’è però soltanto il potere travolgente del sogno, c’è il potere trascinante della musica: l’uno lascia il giusto spazio all’altro.

L’aspetto di Los Angeles in “La La Land” con i suoi colori pastello, le sue luci soffuse e i lampioni delle scene crepuscolari ha rimandato la mia memoria ai dipinti da me visti a una mostra di Edward Hopper. La citazione delle opere del pittore si fa evidente più la trama prosegue e rende la scenografia protagonista al pari degli attori. Non è l’unica citazione ricorrente nella pellicola, la quale è infatti ricca di omaggi del passato: vi sono richiami a Singin’ in the rain (1952),  Side Story (1961), Moulin Rouge (2001) e a innumerevoli altri musical che hanno lasciato il segno nel genere.

Se ritenevo che il regista Damien Chazelle nel precedente suo film “Whiplash” volesse trasmettere un eccessivo ed esasperato amore per la musica, in “La La Land” questo amore si fa delicato e autentico, specchio della sua passione sincera per la musica jazz.

Bianca Frasoldati

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